Poi arriva Prokof'ev.
Nel frattempo il mondo è cambiato. Le città fanno più rumore, le macchine vanno più veloci, la pittura spezza i corpi, la poesia spezza la sintassi. Le certezze dell'Ottocento si sono incrinate. Anche quelle musicali. Ma il nuovo secolo non si limita a inventare altri linguaggi. Finisce per cambiare il modo stesso in cui gli esseri umani fanno esperienza del tempo.
Quando Sergej Prokof'ev comincia a lavorare all'Ottava Sonata, è il 1939. Ha già attraversato rivoluzione, emigrazione, America, Parigi, ritorno in Unione Sovietica. Davanti a lui ci sono Stalin, la guerra, un mondo che sta per conoscere una delle sue fratture più profonde.
Le Sonate n. 6, 7 e 8 vengono spesso chiamate “Sonate di guerra”, ma il nome è utile solo fino a un certo punto: la storia non entra nella musica come cronaca, entra in modi molto più misteriosi.
Andante dolce
L'Ottava Sonata comincia Andante dolce.
Nessun colpo, nessuna aggressione. Arriva una voce che sembra raccontare.
Parte del materiale proviene da musiche scritte anni prima per progetti legati a Puškin, Eugenio Onegin e La dama di picche. Alcune idee, quindi, entrano nella Sonata già con una vita precedente: erano state immaginate per personaggi, scene, teatro. Poi quel teatro è scomparso, ma la musica è rimasta.
Forse è anche per questo che certi temi dell'Ottava sembrano ricordare qualcosa ancora prima di essere ascoltati.
Il primo movimento è vastissimo: le idee ritornano, cambiano, vengono schiacciate, riappaiono. La violenza non arriva dall'esterno, nasce dalla musica stessa. Per l'interprete significa ricordare il passato del brano mentre si suona il presente.
Ed è qui che il viaggio cominciato con Schumann acquista un altro significato.
Anche Schumann aveva fatto del pianoforte il luogo in cui potevano convivere voci differenti. Ma in lui quelle voci appartenevano soprattutto al mondo interiore. Erano i personaggi di un'anima. In Prokof'ev sembrano portare con sé qualcosa di più vasto. Non soltanto ciò che un individuo ha vissuto, ma ciò che il tempo ha depositato dentro la musica.
Andante sognando
Il secondo movimento, Andante sognando, sembra una parentesi, ma il sogno di Prokof'ev non è mai vago. Ha contorni, accenti, armonie che improvvisamente fanno male. Dentro c'è ancora una danza, proveniente dal mondo di Eugenio Onegin: una sala, forse, delle persone, un'eleganza ormai lontana.
Non sembra triste, non sembra felice.
Sembra ricordare.
Vivace
Nel finale torna l'energia: ritmo, moto, precisione. Per un momento sembra riapparire il giovane Prokof'ev, quello che aveva scandalizzato il pubblico con una musica fatta di scatti, dissonanze, improvvise aggressioni. Ma ora quell'energia non è più soltanto un gesto di ribellione. Porta con sé tutto ciò che è accaduto nel frattempo.
Poi il passato ritorna.
La Sonata comincia a ricordare se stessa. Materiali precedenti riemergono nel movimento conclusivo e impediscono al tempo di procedere semplicemente in avanti. La musica non si limita ad avanzare: ritorna, riconosce, trasforma. Ogni presente contiene ciò che è già accaduto.
Ed è forse questa la cosa più sorprendente. Perché noi siamo abituati a pensare alla musica come a un'arte che esiste soltanto nel tempo. Una nota dopo l'altra. Un istante dopo l'altro. Ma quando ascoltiamo davvero, il tempo smette di essere una linea. Ciò che abbiamo sentito continua a vivere dentro ciò che stiamo ascoltando. Una melodia ritorna, e non è più la stessa. Un accordo riappare, e porta con sé tutto quello che è successo nel frattempo.