Tutti i concerti

Giornata del tesseramento 2027: visita al castello e recital di Marina Scalafiotti

domenica 18 ottobre 2026 · 16:00 Castello Ducale di Agliè

Riservato ai tesserati Orium APS 2027 (la tessera 2026 non basta)

La visita e il concerto sono riservati a chi ha la tessera 2027 di Orium APS, una a persona. La tessera 2026 non basta: anche chi è già socio quest'anno deve fare la tessera 2027 (40 €). È la tessera dell'anno prossimo: chi la fa adesso è socio da subito e fino al 31 dicembre 2027. Si può fare (o rinnovare) online adesso, anche scegliendo «Pago di persona» e versando la quota al castello, oppure direttamente al castello domenica dalle 16:00, con 40 € in contanti.

Fai la tessera 2027 su orium-aps.com

Si apre il tesseramento 2027 di Orium APS: la prima Giornata del tesseramento della stagione AURA. Ritrovo alle 16:00 al Castello Ducale di Agliè, dove si può fare o rinnovare la tessera. Segue la visita del castello riservata ai soci, condotta dalla direttrice del castello, l'architetto Alessandra Gallo Orsi, e a seguire il recital di Marina Scalafiotti con musiche di Liszt, Prokofiev e Schumann. Solo per i tesserati Orium APS 2027.

Programma

♪ Guida all'ascolto Le cose che il suono ricorda di Marina Scalafiotti: da leggere prima del concerto, o durante

L'artista

Marina Scalafiotti

Concertista italiana la cui carriera abbraccia oltre quattro decenni, con un'esperienza che al pianoforte come al clavicembalo spazia dal barocco alla musica contemporanea.

Ha iniziato lo studio del pianoforte con Amelia Careggio al Conservatorio Statale di Musica "Giuseppe Verdi" di Torino, dove si è diplomata summa cum laude nel 1987. Ha poi proseguito la formazione pianistica con Orazio Frugoni a Firenze, quella clavicembalistica con Giorgio Tabacco e la cameristica con il "Trio di Trieste"; nel 1995, con il sostegno dell'Associazione De Sono, è entrata all'École Normale de Musique de Paris "Alfred Cortot" nella classe di Nelson Delle Vigne Fabbri. Ha ottenuto 23 primi premi in concorsi nazionali e internazionali, tra cui Stresa, il "Bibiena" di Mantova, il "V. Bellini" di Catania e l'"Orléans XXème siècle".

Si è esibita al Royal Concertgebouw, alla Usher Hall, all'Auditorium RAI, a Palazzo Pitti, alla Salle Pleyel e alla Salle Cortot, oltre che in numerose altre sedi in Europa e America Latina. Come solista ha suonato con direttori quali Gianandrea Noseda, Gianluigi Gelmetti e Karel Mark Chichon; in musica da camera con Philippe Entremont, Ervin Schiffer e Noemi Dalmau.

Oggi è docente al Conservatorio di Torino e tiene masterclass internazionali alla McGill University di Montreal, alla Hochschule di Hamburg, al Conservatorio Superiore delle Isole Baleari, all'École Normale de Paris e all'Accademia di Pinerolo. Ha fondato il Concorso Pianistico Internazionale "Maria Golia" e, nel 2019, la piattaforma Telemasterclass.

Profilo completo →
Marina Scalafiotti

Dettagli

Artisti

Marina Scalafiotti · pianoforte

Luogo

Castello Ducale di Agliè

Sala Rossa

Piazza del Castello 2, 10011 Agliè (TO)

Come arrivare

Agliè si trova a circa 40 km da Torino, raggiungibile in auto dalla A5 (uscita San Giorgio Canavese) o con mezzi pubblici GTT.

Parcheggio

Parcheggio gratuito disponibile nella piazza antistante il Castello e nelle vie limitrofe.

Data

domenica 18 ottobre 2026

ore 16:00

Guida all'ascolto

Le cose che il suono ricorda

di Marina Scalafiotti

Ci sono musiche che raccontano qualcosa, e altre che cambiano il modo in cui ascoltiamo ciò che viene dopo.

Questo concerto comincia da due anime. O forse da una sola, incapace di restare intera.

Robert Schumann aveva inventato due personaggi per raccontare se stesso. Uno si chiamava Florestano. Era impetuoso, inquieto, incapace di stare fermo. L’altro si chiamava Eusebio. Era il sognatore, quello che ascoltava più di quanto parlasse, quello che sembrava abitare un mondo leggermente distante dalla realtà. Non erano semplicemente due caratteri. Erano due modi di esistere. E Schumann li portava entrambi dentro di sé.

Il Romanticismo aveva scoperto qualcosa di straordinario: che un essere umano non è necessariamente una cosa sola. Può desiderare e temere nello stesso momento. Può ricordare qualcosa che non è mai accaduto. Può essere felice e sentire, proprio dentro quella felicità, una malinconia inspiegabile. La musica diventava il luogo in cui queste contraddizioni potevano convivere senza dover essere risolte.

Romanze

Nel 1839 Schumann scrive il Faschingsschwank aus Wien, il Carnevale di Vienna. Il titolo promette una festa. Maschere, danze, incontri, movimento. Ma il carnevale, in fondo, è un'invenzione curiosa: ci si nasconde dietro una maschera per poter mostrare qualcosa di sé che normalmente rimane nascosto.

Al centro di questo mondo compare una Romanza. È brevissima. Poche frasi, una melodia raccolta, un pensiero che sembra affacciarsi e subito ritirarsi. Non succede quasi niente. Eppure succede moltissimo. Schumann non costruisce un grande discorso: lascia apparire una voce. Non sappiamo a chi si rivolga, né che cosa stia cercando di dire. Sappiamo soltanto che qualcosa è rimasto sospeso. Una domanda, forse. O il ricordo di una risposta.

È una delle grandi intuizioni romantiche: non tutto ciò che è importante ha bisogno di essere detto fino in fondo.

Intermezzo

Poi arriva l'Intermezzo. E quella voce sembra improvvisamente incapace di tacere.

Il movimento si mette in moto con un'urgenza quasi fisica. Le figure si rincorrono, la tensione cresce, la scrittura pianistica diventa slancio, agitazione, desiderio di raggiungere qualcosa. La mano destra disegna una linea appassionata sopra un movimento continuo. Tutto sembra spingersi in avanti. Non c'è più il tempo di fermarsi a pensare.

Ma non sono due mondi separati. Sono le due facce dello stesso sentimento. Nella Romanza l'emozione cerca una forma. Nell'Intermezzo sembra volerla spezzare. E forse è proprio questo che Schumann ha capito prima di molti altri: che la musica non deve necessariamente rappresentare un'emozione. Può diventare il modo in cui quell'emozione accade.

Dalla voce al gesto. Dal pensiero al movimento. Da Eusebio a Florestano.

Qualche decennio più tardi, Franz Liszt porterà questa trasformazione ancora più lontano. Non si tratterà più soltanto di trasformare un sentimento in suono. Si tratterà di trasformare il suono stesso.

È il 1877. Liszt ha più di sessant'anni, è già stato tutto quello che un musicista poteva essere nell'Ottocento: virtuoso, divo, compositore, direttore, insegnante, mito. Ora soggiorna a Villa d'Este, a Tivoli, guarda le fontane e scrive alla figlia Cosima che passa il tempo a “scarabocchiare note”. È un dettaglio solo in apparenza. Perché il Liszt degli ultimi anni comincia a fare una cosa sorprendente: invece di aggiungere, toglie. Il più grande virtuoso del secolo comincia lentamente a smontare il virtuosismo.

In Les jeux d'eau à la Villa d'Este il pianoforte, uno strumento che produce il suono mediante martelletti, deve dimenticare la propria natura percussiva. Arpeggi, trilli, note ribattute, registri estremi: le mani fanno moltissimo, ma l'ascoltatore dovrebbe quasi dimenticarsi che esistono. L'acqua non deve sembrare eseguita. Deve apparire.

All'inizio è luce, riflesso, movimento; poi qualcosa cambia. Liszt inserisce nella partitura una frase dal Vangelo di Giovanni, dall'episodio della Samaritana: l'acqua non è più soltanto quella delle fontane di Tivoli, ma “l'acqua viva”, simbolo di una vita ulteriore. Il pezzo diventa così una trasformazione: della materia in spirito, del visibile in significato.

Anche per questo la scrittura di Liszt apre la strada a una nuova concezione pianistica, quella che più tardi condurrà a Debussy e Ravel. Ma sarebbe riduttivo dire che Liszt anticipa semplicemente l'impressionismo. La sua intuizione è più radicale: il suono può smettere di descrivere una cosa e diventare quella cosa.

Acqua. Luce. Spazio.

Passano quattro anni. Liszt scrive Nuages gris. E sembra che sia trascorso un secolo.

La grande cascata sonora si è asciugata. Restano poche note, intervalli, tremoli, linee che salgono senza arrivare, silenzi. Il titolo dice “nuvole grigie”, ma forse queste nuvole non stanno soltanto nel cielo: stanno nella musica stessa.

Per secoli l'armonia occidentale aveva costruito la propria forza su una dialettica elementare, tensione e risoluzione. Liszt, qui, comincia a non risolvere più. Il tritono appare quasi nudo, ma non viene “spiegato”, non conduce necessariamente altrove. Rimane. La tonalità non scompare: smette però di essere una certezza.

È come entrare in una stanza conosciuta da sempre e accorgersi che una porta è stata spostata.

Anche il tempo cambia. Nei Jeux d'eau tutto scorre; in Nuages gris quasi niente scorre. La musica accade, ma non sembra dirigersi verso una meta. È una musica che non cammina: sta.

Per il pianista questa immobilità è difficilissima, perché bisogna resistere alla tentazione di “fare qualcosa”, lasciare che un intervallo sia soltanto un intervallo, che una dissonanza non venga addolcita, che il silenzio resti silenzio.

Liszt aveva trascorso una vita a conquistare il pubblico. Qui sembra non voler conquistare più nessuno.

Eppure, proprio mentre sembra rinunciare a tutto, sta aprendo una porta. Una porta che conduce fuori dall'Ottocento.

Perché quando la musica smette di avere l'obbligo di risolvere, di rassicurare, di arrivare da qualche parte, accade qualcosa di irreversibile. Il suono diventa libero di costruire un mondo che non assomiglia più a quello precedente.

Il Novecento comincerà anche da qui.

Poi arriva Prokof'ev.

Nel frattempo il mondo è cambiato. Le città fanno più rumore, le macchine vanno più veloci, la pittura spezza i corpi, la poesia spezza la sintassi. Le certezze dell'Ottocento si sono incrinate. Anche quelle musicali. Ma il nuovo secolo non si limita a inventare altri linguaggi. Finisce per cambiare il modo stesso in cui gli esseri umani fanno esperienza del tempo.

Quando Sergej Prokof'ev comincia a lavorare all'Ottava Sonata, è il 1939. Ha già attraversato rivoluzione, emigrazione, America, Parigi, ritorno in Unione Sovietica. Davanti a lui ci sono Stalin, la guerra, un mondo che sta per conoscere una delle sue fratture più profonde.

Le Sonate n. 6, 7 e 8 vengono spesso chiamate “Sonate di guerra”, ma il nome è utile solo fino a un certo punto: la storia non entra nella musica come cronaca, entra in modi molto più misteriosi.

Andante dolce

L'Ottava Sonata comincia Andante dolce.

Nessun colpo, nessuna aggressione. Arriva una voce che sembra raccontare.

Parte del materiale proviene da musiche scritte anni prima per progetti legati a Puškin, Eugenio Onegin e La dama di picche. Alcune idee, quindi, entrano nella Sonata già con una vita precedente: erano state immaginate per personaggi, scene, teatro. Poi quel teatro è scomparso, ma la musica è rimasta.

Forse è anche per questo che certi temi dell'Ottava sembrano ricordare qualcosa ancora prima di essere ascoltati.

Il primo movimento è vastissimo: le idee ritornano, cambiano, vengono schiacciate, riappaiono. La violenza non arriva dall'esterno, nasce dalla musica stessa. Per l'interprete significa ricordare il passato del brano mentre si suona il presente.

Ed è qui che il viaggio cominciato con Schumann acquista un altro significato.

Anche Schumann aveva fatto del pianoforte il luogo in cui potevano convivere voci differenti. Ma in lui quelle voci appartenevano soprattutto al mondo interiore. Erano i personaggi di un'anima. In Prokof'ev sembrano portare con sé qualcosa di più vasto. Non soltanto ciò che un individuo ha vissuto, ma ciò che il tempo ha depositato dentro la musica.

Andante sognando

Il secondo movimento, Andante sognando, sembra una parentesi, ma il sogno di Prokof'ev non è mai vago. Ha contorni, accenti, armonie che improvvisamente fanno male. Dentro c'è ancora una danza, proveniente dal mondo di Eugenio Onegin: una sala, forse, delle persone, un'eleganza ormai lontana.

Non sembra triste, non sembra felice.

Sembra ricordare.

Vivace

Nel finale torna l'energia: ritmo, moto, precisione. Per un momento sembra riapparire il giovane Prokof'ev, quello che aveva scandalizzato il pubblico con una musica fatta di scatti, dissonanze, improvvise aggressioni. Ma ora quell'energia non è più soltanto un gesto di ribellione. Porta con sé tutto ciò che è accaduto nel frattempo.

Poi il passato ritorna.

La Sonata comincia a ricordare se stessa. Materiali precedenti riemergono nel movimento conclusivo e impediscono al tempo di procedere semplicemente in avanti. La musica non si limita ad avanzare: ritorna, riconosce, trasforma. Ogni presente contiene ciò che è già accaduto.

Ed è forse questa la cosa più sorprendente. Perché noi siamo abituati a pensare alla musica come a un'arte che esiste soltanto nel tempo. Una nota dopo l'altra. Un istante dopo l'altro. Ma quando ascoltiamo davvero, il tempo smette di essere una linea. Ciò che abbiamo sentito continua a vivere dentro ciò che stiamo ascoltando. Una melodia ritorna, e non è più la stessa. Un accordo riappare, e porta con sé tutto quello che è successo nel frattempo.

La musica ha memoria.

E forse questo concerto racconta proprio questo: quattro modi di abitare il tempo.

  1. 1839 La Romanza di Schumann trattiene un sentimento.
  2. 1839 L'Intermezzo lo trasforma in movimento.
  3. 1877 L'acqua di Liszt scorre.
  4. 1881 Le nuvole di Liszt restano sospese.
  5. 1939 L'Ottava Sonata di Prokof'ev ricorda.

E cambia anche il corpo del pianista.

In Schumann le mani devono imparare a essere due nature opposte: nella Romanza trattenere, nell'Intermezzo lasciarsi trascinare senza perdere il controllo. Nei Jeux d'eau lavorano per scomparire; in Nuages gris quasi si fermano; nell'Ottava devono imparare una cosa ancora più difficile: portare con sé il tempo.

Perché suonare non significa soltanto produrre dei suoni. Significa sapere da dove vengono. E, qualche volta, lasciare che siano loro a decidere dove andare.

Ottantotto tasti, martelletti, corde. Una macchina piuttosto semplice.

Eppure, quando la si ascolta davvero, può diventare voce, acqua, cielo, memoria.

Può persino fare una cosa che noi, qualche volta, non sappiamo più fare.

Ricordare.